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La democrazia partecipativa postula una tecnologia a basso livello energetico; e solo la democrazia partecipativa crea le condizioni per una tecnologia razionale. (Ivan Illich)
Postato alle 15:47 di martedì, 23 dicembre 2008

Che dire? Io sono anni che lo sostengo, ma a mo' di boutade... c'è chi ci ha pensato, e ha deciso di metterlo in pratica!!!


Lanfranco

 


Al via una delle più dure campagne sulla sicurezza stradale. Fra le altre novità

anche il casco obbligatorio per i ciclisti e il divieto di segnalare gli Autovelox


Infrazione grave? In Svizzera

ti distruggono l'automobile


di VINCENZO BORGOMEO








Si chiama "Via Sicura" ma sotto questo banale slogan si nasconde una delle più dure campagne del mondo mai realizzate in tema di sicurezza stradale: una rivoluzione lanciata dalla Svizzera che prevede fra l'altro l'introduzione del casco obbligatorio per i ciclisti e la confisca e distruzione dei veicoli in caso di grave trasgressione.



BLOG, dite la vostra



Il ministro federale elvetico dei Trasporti Moritz Leuenberger insomma gioca pesante: perché nei 26 cantoni che compongono la Svizzera stanno per essere introdotte 60 misure per prevenire gli incidenti stradali. Una marea di leggi, ma tutte durissime. A partire dalla più incredibile: la confisca e l'immediata distruzione del veicolo in caso di infrazione grave commessa dal conducente (al momento sembra che sia irrilevante se lo stesso sia anche il suo proprietario).



Non solo: la Svizzera rimedia finalmente a una sua lacuna, quella di avere la patente eterna. Sarà introdotta infatti la revisione decennale per i permessi di guida, mentre come abbiamo detto arriva l'obbligo dei ciclisti di indossare il casco. Le associazioni di categoria sono già alle barricate: Pro Vélo plaude per esempio alla filosofia del progetto, ma sostiene che molti rinunceranno alla bici. Fra le altre novità poi anche quella che le vieta di segnalare delle postazioni fisse per il rilevamento della velocità. In Svizzera, lo ricordiamo, vige al momento tale obbligo, mentre è stato recentemente vietato alle radio Info-Traffico di segnalare le arterie interessate dai controlli della polizia stradale.







Non solo: il governo svizzero pretende anche un'attenzione particolare alla condizione delle infrastrutture. I nuovi progetti dovranno tenere conto di ogni potenziale rischio, mentre ogni singolo pericolo sulla strada - ad esempio un guardrail pericoloso - e tutti i Punti Neri dovranno essere identificati ed eliminati. Sembra troppo bello per essere vero, ma entro il prossimo mese di marzo questo progetto prendere vita e si prevede che in 10 anni potrà salvare 180 vite, mentre si risparmieranno invalidità gravi a 1.800 persone.



"Nel 2007 - ha spiegato il ministro elvetico dei Trasporti Moritz Leuenberger - abbiamo registrato sulle nostre strade ben 384 morti e 5.235 feriti gravi. Secondo l'Ufficio Svizzero per la Prevenzione degli Infortuni (l'UPI, ndr) il costo materiale ha superato i 6 miliardi e mezzo di franchi (oltre 4 miliardi di euro)".



Un provvedimento che farà discutere ma che subito ha scatenato la reazione dell'Aci: "Anche l'Automobile Club d'Italia - ci ha spiegato il presidente Enrico Gelpi - ha realizzato la scorsa primavera un Manifesto contenente ventisei proposte per una mobilità più sicura. Lo abbiamo presentato al Governo e al Parlamento, e ieri ne abbiamo ribadito i contenuti in audizione alla Commissione Trasporti della Camera dei Deputati. La prima richiesta è la predisposizione di un nuovo Codice della Strada, che con pochi e chiari articoli deve orientare i comportamenti dei conducenti nell'ottica di una consapevole cultura della sicurezza stradale".



"Nella logica della prevenzione - conclude Gelpi - servono sanzioni chiare e pene certe che sono indubbiamente deterrenti e che contribuiscono alla riduzione del fenomeno dell'incidentalità. In quest'ottica va inquadrata l'ipotesi svizzera della confisca del veicolo per le trasgressioni più gravi e pericolose, peraltro già prevista in Italia per la guida in stato di ebbrezza”.



"A tale proposito - spiega Lorenzo Borselli dell'Asaps, associazione amici polizia stradale - va detto che non è così facile da nessuna parte limitare la libertà sulla strada, visto il sostanziale equivoco che rallenta la messa in sicurezza della circolazione in tutto il mondo occidentale. L'equivoco consiste, a parere dell'Asaps, nello scambiare la libertà di circolazione con la disciplina di come circolare, per arrivare a destinazione tutti interi".



Ma dove prenderanno i soldi gli svizzeri per realizzare a tempo record il loro progetto? Ecco un altro miracolo: questa rivoluzione in tema di sicurezza stradale si autofinanzierà in larga parte con l'aumento delle polizze assicurazioni RC e con la destinazione di una consistente parte delle multe elevate per il codice della strada. E da noi? "Per quanto riguarda la possibilità di utilizzare parte delle sanzioni per migliorare gli standard di sicurezza delle strade - spiega Gelpi - si tratta di una proposta avanzata da tempo dall'Aci: vogliamo, infatti, che sia resa obbligatoria per tutti i Comuni la pubblicazione annuale dei proventi delle multe e la loro destinazione ai fini della sicurezza, con pesanti sanzioni o riduzioni dei trasferimenti finanziari per le Amministrazioni locali inadempienti”. Solo che da noi non succede mai nulla, in Svizzera, invece...


(23 dicembre 2008)

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Postato alle 16:22 di martedì, 16 dicembre 2008
Non capita tutti i giorni di vedere il proprio paese d'origine alla ribalta delle cronache nazionali per l'arte... Però, su repubblica on line, oggi ho trovato quest'articolo...



Tutte le sfumature dell'azzurro


di Isa Grassano

A San Giovanni Valdarno alla scoperta dello strordinario blu Della Robbia e del ricco patrimonio lasciato dagli artisti del '400. Un'esperienza ripresa oggi dagli artigiani. I Viaggi



Il segreto dello straordinario blu dei Della Robbia? E' nascosto dietro lo stemma del porcellino di Palazzo Pretorio. Parola di sangiovannese. Ovvero degli abitanti di San Giovanni Valdarno (in provincia di Arezzo, anche se i cittadini si sentono e si dichiarano fiorentini), una delle città in cui la famiglia di scultori del Rinascimento italiano (il capostipite Luca, il nipote Andrea e il figlio di questo Giovanni, nonché l'ultima generazione composta da Francesco, Marco, Girolamo e Luca il Giovane) dette sfogo al suo estro creativo.



Qui ne sono tutti convinti, perchè dicono "deve esserci per forza una ricetta per quei pigmenti blu che, combinati sapientemente tra di loro, hanno dato un risultato così luminoso". Si racconta che, in passato, qualcuno ha pure provato a staccare lo stemma per cercare questa particolare combinazione, ma senza fortuna. Perché proprio sotto il maialino?



Perché, sempre secondo la fantasia popolare, su questo palazzo (detto anche D'Arnolfo, dal nome dell'architetto che l'aveva progettato nel Medioevo e che diventerà la sede espositiva del "Museo delle Terre Nuove") vi è un susseguirsi di blasoni in pietra (si pensa di scuola robbiana) dai colori blu, bianco, avorio, verde, meno il maialino che è mono colore ed è l'unico in cui la figura è sorretta da due manine, quindi l'unico ad essere diverso.



Ma, se questa storia continuerà a rimanere solo una favola che si continua a raccontare ai bambini, la cittadina e i dintorni della Valle del fiume Arno, possono vantare un ricco patrimonio legato a questi grandi geni che hanno lavorato sul territorio tra il 1400 e il 1500. Ad iniziare dalla "Lunetta" della Basilica di Santa Maria delle Grazie, proprio nel cuore del centro storico, una terracotta invetriata di Giovanni della Robbia, del 1513. Vi è rappresentata "La Madonna che consegna la cintola a San Tommaso e i Santi Lorenzo e Giovanni Battista". Curiosa la mano di San Tommaso che non ha l'indice, forse perchè originariamente la cintola (ormai non più visibile) scendeva a coprire la mano e quindi per questo l'artista aveva scelto di non completare le dita.





Il binomio territorio e ceramica dei Della Robbia è inscindibile, tanto che oltre ai capolavori di straordinaria bellezza, propri della mano degli artisti o dei loro allievi, sono in molti che tuttora riproducono la loro arte. Quest'anno i sangiovannesi hanno voluto realizzare persino una Natività di "stampo robbiano". L'idea è venuta a Giuseppe D'Orsi e Pino Polcaro, due appassionati di Presepi (tanto da aver messo insieme, in trent'anni, una collezione di oltre 1200 pezzi di artigianato internazionale, nei materiali più diversificati, dal legno al sughero, dalle conghiglie alla stoffa) che hanno affidato all'artista Marco Bonechi il compito di dar forma alle figure che animano la scena di Betlemme. Ecco che nasce "il Presepe dei Pellegrini", il pezzo forte, che si va ad aggiungere alla collezione della Mostra permanente di Presepi "Natale nel Mondo", presso la Cappella del Pellegrino della Basilica di Santa Maria delle Grazie (info: Apt Valdarno tel.055-943748; il sito).



"Per i miei sedici personaggi che compongono il Presepe dei Pellegrini - spiega Bonechi - mi sono ispirato nella plasticità e nei colori proprio ai maestri rinascimentali, ovviamente in una chiave contemporanea, e ho cercato di ritrovare quel particolare blu della ceramica robbiana. Parliamo di una tonalità che è complice della luce: riesce a "scolpire" qualunque cosa e rende un effetto elegante e raffinato, come per esempio per il mantello della Madonna".



Affascina questa rappresentazione, le cui figure dai mille particolari (come il Bambino Gesù posto su un resto di un capitello) sembrano mutare espressione, a seconda del punto d'osservazione e della direzione del chiarore da cui sono illuminati. Del resto, la tecnica della terracotta invetriata era davvero speciale, tanto che la famiglia Della Robbia nascose gelosamente per decenni la sua formulazione, finché la leggenda narra che passò poi nelle mani di Benedetto Buglione (scultore che si forma nella bottega di Andrea della Robbia e poi apre la sua) per tramite di una donna di casa Della Robbia e che così si sfatò il misterioso arcano: non era una scoperta bensì la "rinascita" di un'arte propria delle antiche civiltà orientali ed ereditata dal mondo romano e bizantino, quindi trasmessa nelle regioni europee ed arrivata sino alla Valle dell'Arno.


Anche gli artigiani locali, per i loro lavori, si rifanno spesso alle tonalità robbiane, come quelli dell'Industria Vetraria Valdarnese, una delle più antiche sul territorio. In quest'azienda, da più di cinquanta anni, ogni oggetto viene eseguito a mano e soffiato a bocca da veri e propri "maghi del vetro", così bravi da essere anch'essi artisti, mentre è il maestro vetrario che plasmandolo, gli conferisce carattere ed unicità. Vasi, piatti, bicchieri (per acquisti IVV shop, lungarno Reni, 60; & 055-942619; www.ivvnet.it), tutti elaborati ad uno ad uno che mescolano tradizione e creatività. Ovunque, da queste parti, il biglietto da visita è variopinto, così come per la vicina Montevarchi, dove si ritrova il Tempietto di Andrea della Robbia all'interno del Museo di Arte Sacra (adiacente la Collegiata di San Lorenzo, via Del Lungo, 4; aperto giovedì e sabato dalle 10 alle 12 o su prenotazione, & 339-3512801) realizzato tra la fine del secolo XV e gli inizi del XVI, per conservare la reliquia del sacro latte.



Il classicismo della bottega fiorentina si manifesta anche nella pacata compostezza degli angeli o putti, attorno al tempio, tutti diversi nei capelli, nelle fattezze, nella grazia e nella naturalezza delle espressioni, oltre che nell'equilibrio. Il Museo ha appena acquisito una new entry: la statua di San Antonio Abate (donata al Comune da una famiglia della zona e attualmente in restauro), attribuita ad Andrea o a Luca il giovane della Robbia. Un altro grande capolavoro, finora sconosciuto, torna visibile. Un altro segreto robbiano svelato

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Postato alle 10:38 di martedì, 07 ottobre 2008
RUMOR DI SCIABOLE

dal blog di Carlo Gambescia

Sull’impiego dei “militari nelle città” c’è un “adagio” che più o meno fa così: “ I soldati una volta usciti dalle caserme, difficilmente vi rientrano”…


Pertanto la decisione del Ministro della Difesa, Ignazio La Russa assecondata dal Governo, di ricorrere alle Forze Armate, anche se in misura per ora ridotta, per fronteggiare le emergenze rifiuti e sicurezza è un primo passo, anche se timido, verso la “militarizzazione” della società italiana.

Su un punto però vorremmo invitare i lettori a riflettere. La scelta non ci sembra legata, o almeno non soltanto, al Dna militarista dell’attuale Ministro delle Difesa e del Governo, ma a tre fattori strutturali.

In primo luogo, alla presente situazione internazionale di guerra, asimmetrica quanto si vuole ma guerra, che vede coinvolta l’Italia. E, di regola, le situazioni in cui il ruolo dei militari rischia di diventare fondamentale, ne determinano il conseguente accrescimento di influenza e potere all’interno delle società di riferimento. Di riflesso una società occidentale, dunque inclusa anche quella italiana, che punti sulla guerra “globale al terrorismo”, non può non favorire l’ ascesa “globale” al potere dei militari, come gruppo sociale, caratterizzato da istituzioni rivolte di norma ( o comunque in ultima istanza) alla repressione armata di ogni forma di conflitto.

In secondo luogo, nelle situazione di guerra più o meno aperta, come quella in atto sul piano mondiale, si determina una polarizzazione del potere politico: in nome di una migliore gestione della situazione bellica le élite dirigenti civili impongono una centralizzazione di tutti i poteri. Ovviamente nell’interesse “supremo della nazione” o, come avviene oggi, "dell'Occidente". E all’interno di questo processo, di regola, i dirigenti militari finiscono gradualmente per sostituirsi a quelli civili, prima perché ritenuti “professionalmente” più adatti ad affrontare la situazione di “emergenza” bellica, e dopo perché divenuti insostituibili: siamo davanti al classico caso del potere che genere un altro potere, che a sua volta e nel tempo, tende a diventare predominante sul primo per ragioni funzionali, ovviamente nei limiti dei risultati positivi conseguiti. Inoltre la centralizzazione può divenire tanto più assoluta quanto più alla situazione di guerra esterna se ne affianchi una di guerra interna (ad esempio, come nel caso italiano, di “guerra” alla mafia, alla camorra, eccetera).

In terzo luogo, la graduale militarizzazione della società porta con sé la rivalorizzazione di un’etica di tipo militare fondata su valori come la gerarchia, l’obbedienza assoluta, il coraggio, l’onore. E soprattutto i primi due valori (gerarchia e obbedienza) non sono sicuramente in sintonia con quelli democratici. Di qui il pericolo di un mutamento valoriale, a danno della democrazia.

Di regola il mix tra istituzionalizzazione in ogni ambito della repressione armata, centralizzazione politica ed etica militare rafforza il potere dei militari e rende difficilissimo, come si diceva all’inizio, far “rientrare" l'esercito nelle caserme.

Naturalmente, ogni società, reagisce allo schema sociologico qui illustrato, secondo il peso delle proprie tradizioni storiche e socioculturali. Quanto più una società è democratica e pluralista (nel senso di una maggiore ricchezza sociale di istituzioni civili e contropoteri), tanto più il processo di militarizzazione può essere rallentato, perfino “bloccato”, o comunque tenuto sotto controllo.

Tuttavia, e concludiamo, per chi crede nelle democrazia (come mezzo di risoluzione pacifica dei conflitti) e nel pluralismo sociale (che implica che i militari se ne stiano nelle caserme) questo “rumor di sciabole” non promette nulla buono.

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